Quotidiano sportivo a cura di Alberto Mangano e Giovanni Vigilante
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Il calcio del “Becca”

Un tempo il calcio non era una partita a scacchi giocata su un computer, ma un palcoscenico per artisti. Nel calcio di una volta, il collettivo proteggeva il lampo del singolo e la tecnica individuale poteva riuscire a fare da sola la differenza.
Nel calcio dei giorni nostri fatto di chilometri percorsi, di statistiche e di moduli, la figura di Evaristo Beccalossi appare come un miraggio romantico.
Scomparso a 69 anni, il “Becca” non è stato semplicemente un calciatore, ma l’incarnazione di un concetto che oggi sembra sbiadito: il puro talento fine a se stesso, il Dieci di una volta.
Beccalossi giocava in un modo che oggi definiremmo anacronistico. Non correva per coprire gli spazi, non pressava il portatore di palla avversario, lui aspettava il pallone e quando la sfera arrivava tra i suoi piedi, il tempo a San Siro sembrava fermarsi. Il suo modo di giocare era fatto di pause, di attese snervanti e poi di accelerazioni improvvise, non di gambe, ma di pensiero.
Il suo marchio di fabbrica era il dribbling nello stretto. Poteva saltare l’avversario in un fazzoletto di terra, usando il suo leggendario mancino come una bacchetta magica. I tifosi dell’Inter lo amavano per questo: era imprevedibile. Poteva sbagliare i passaggi più semplici per novanta minuti e poi, all’improvviso, inventare un assist che nessun altro nello stadio aveva visto, nemmeno i compagni. Era questa l’Arte dell’Imprevedibilità.
In quel calcio, un controllo orientato o una finta di corpo potevano decidere un campionato. I numeri 10 erano divinità pagane che non avevano bisogno di correre dodici chilometri a partita: bastava che fossero nel posto giusto al momento giusto per inventare un passaggio che nessuno spettatore e soprattutto nessun difensore aveva previsto.
Il fascino di Beccalossi era impreziosito anche nelle sue “giornate no”. Il tifoso nerazzurro sapeva che andare allo stadio per vedere il Becca era una scommessa: potevi assistere alla partita del secolo o vederlo vagare per il campo in cerca di ispirazione.
In un’epoca di marcature a uomo feroci e difese arcigne, vederlo nascondere il pallone ai difensori era un atto di ribellione sportiva.
Oggi che il calcio è diventato industria, il ricordo di Evaristo Beccalossi ci riporta a un’epoca in cui bastava un tocco di palla, una finta di corpo o uno sguardo rivolto alla tribuna per giustificare il prezzo del biglietto.
Da Beccalossi, dal numero 10, in un calcio sicuramente più lento, meno atletico, ci si aspettava il lampo del fuoriclasse, quel modo di dare del “tu” al pallone. Il suo dribbling non era solo un modo per superare l’avversario, ma una dichiarazione d’intenti, un atto di ribellione contro la tattica, praticamente la tecnica sopra la tattica.
Beccalossi non verrà dimenticato, rappresenta quel calcio che non c’è più, quello che a distanza di decenni appare quasi come un altro sport, quello sicuramente meno perfetto di quello di oggi, ma capace di portarsi quella magia che si è persa nel tempo.

(Fonte foto Wikipedia)

Alberto Mangano

Alberto Mangano

Giornalista sportivo , opinionista televisivo. Tra le sue collaborazioni quella con Il Mattino di Foggia. Autore del sito www.manganofoggia.it sulla storia, la cultura e le curiosità sulla sua città. Autore inoltre di diversi libri su Foggia e sul Foggia.
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